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libri grossi

Copertina dei libri del Conte di Montecristo edizione Feltrinelli, sfondo celeste e scritte in bianco e disegno in nero e copertina di Moby Dick edizioni Adelphi, cornice e disegno neri

[il titolo di questo post è davvero orribile]

Alexandre Dumas scrive il Conte di Montecristo a puntate su una rivista tra il 1844 e il 1846. Nel 1851 Herman Melville pubblica Moby Dick.
Sono due autori che vivono lo stesso mondo e che hanno una concezione del romanzo, almeno nella sua accezione di racconto avventuroso, che sembra simile se non lo stesso. Poi hanno un'altra cosa in comune ma ci torno dopo.

Pensavo sarebbero stati entrambi molto impegnativi da leggere nel 2026 ma non potevo fare presunzione più sbagliata. Il Conte di Montecristo è la storia di vendetta infallibile, progettata nel tempo, in una vita sicuramente spesa per raggiungere lo scopo. La lingua di Dumas è quella che ti aspetti dall'autore dei Tre Moschettieri e della Maschera di Ferro, stando dentro quelle pagine ti viene voglia di parlare nello stesso modo: voi che mi così bene m'intendete, non trovate che la dama qui presente sia arrossita quando il Conte è entrato nella stanza? Ecco. Nonostante ci separino da quel modo di scrivere quasi duecento anni, siamo lì dentro, siamo con Edmond Dantès che parla fiorentino durante il carnevale di Roma e si intrattiene con l'alter ego di Dumas stesso e resta coinvolto (o organizza?) un rapimento che sembra non aver nulla a che fare con la storia principale. Dumas usa la digressione con sapienza, come un artigiano usa il suo strumento di lavoro in modo perfetto, il gesto esatto, il tempo esatto. E si viene trascinati e portati via dentro il tempo dell'avventura che procede per strappi, pause e accelerazioni fino alla sua fine che è certa, definitiva, non differibile, come è giusto che sia.

Di cosa parla Moby Dick? Non ho una risposta semplice da sintetizzare in una frase ma, se c'è, l'ultima cosa di cui parla è la caccia alla balena bianca: su cinquecento (588) pagine forse le ultime quarantotto (48) parlano della caccia del Pequod a Moby Dick, di Achab e della fine di tutto. Della metafora della balena bianca, della malattia mentale di Achab, con cui viene introdotto prima ancora di vederlo in azione, qui non interessa granché.

Sono le 540 pagine "iniziali", se prendiamo per buona la sinossi: romanzo che parla della caccia del capitano Achab a Moby Dick, la balena bianca.
Oltre cinquecento pagine che parlano della baleneria, dei balenieri, di tutte le balene allora conosciute, dei mari, dei marinai balenieri, delle dinamiche di bordo e tra navi baleniere quando incrociano lontanissime da casa.

Mettetevi nei panni di uno scrittore che per raccontare una storia, racconta la storia intorno e scrive la madre delle digressioni. La traduzione di Cesare Pavese restituisce una scrittura che si piega su se stessa, come un capidoglio dentro un abisso, forse.

Eppure. Moby Dick una volta letto è un romanzo a cui non si smette di pensare. La madre delle digressioni è solo un trucco dal più grande illusionista di sempre, disquisire di baleneria quando in realtà sto parlando di cosa si muove nell'anima dell'essere umano.

Cosa hanno in comune Dumas e Melville? Che sono due scrittori che ancora oggi parlano di noi, del nostro mondo, delle nostre passioni, sondando l'abisso dei limiti umani. Due scrittori che insegnano come si scrive mentre insegnano a stare al mondo.


la forma del Texas

la forma del Texas

Stamani a colazione ho tagliato in due un kiwi e quello che al centro sembrava fosse un cuore, a una seconda occhiata assomigliava molto più alla forma del Texas.

Io non lo so bene perché mi piace correre, anche perché mi fa fatica, mi fa soffrire fisicamente e psicologicamente ma corro lo stesso.
Forse è colpa del fatto che godo a uscire la mattina molto presto e vedere un nuovo giorno che nasce mentre fuori non c'è nessuno, o quasi. Di sicuro mi disturba quando poi esco più tardi, perché mi pesa il culo e perché non mi va di uscire così presto e trovo già la città piena di persone che lavorano, si spostano. Mi disturba, mi scandalizza come se fosse una mia proprietà invasa da altri. E mi offendo perché mi ha fatto fatica uscire prima, perché mi pesava il culo.

Correre a 53 anni non è correre a 42. È evidente, giusto? Sì. E no.

Anche sapere cosa mi piace a 53 anni dovrebbe essere assodato e invece no.
So cosa mi piaceva a 16 e 20 anni, anche a 30 e a 35 lo ricordo, dai 40 in poi ho solo vaghe idee confuse, bagliori nel buio di cose.

Una cosa che ho capito del correre è la questione pesantezza/leggerezza. Mi piace l'idea di avere una frequenza di passi che permette al mio corpo di stare il meno possibile a contatto col terreno, nel modo più leggero possibile. Sentire il mio corpo che si muove in modo armonioso, nonostante stia magari respirando come un mantice bucato o il mio cervello mi stia gridando come Ursula de La Sirenetta Disney di fermarmi immediatamente.

Mi piace sentire il profumo delle piante aromatiche e delle erbe spontanee lungo la ciclabile, il fresco umido sotto gli alberi e la brezza sul fiume.

C'è un'altra cosa che mi piace moltissimo, ed è guidare. Anzi, facciamo un passo indietro. Mi piace mettermi in viaggio, che sia a piedi, o in treno o in auto, è proprio il concetto di mettermi in strada per qualche direzione e per raggiungere qualcuno o qualche posto. Provo un brivido di piacere ogni volta che chiudo la porta di casa per iniziare un viaggio; anche se è un viaggio che faccio sempre, non diventa meno bello.

Poi guidare la mia vecchia Punto, guidarla lungo una strada di montagna, fare un passo montano, magari due, scendere in una valle, guardare tutto e godermi ogni momento, caminionisti egotici, guidatori locali senza inibizioni e cantieri compresi. In viaggio sei tu che devi metterti sulla giusta lunghezza d'onda.
Può succedere qualsiasi cosa e anche il viaggio più semplice può regalare un imprevisto e da lì essere portati ad affrontare l'ignoto.

E a te cosa piace, oggi?


Freelance - La solitudine dei solitari

ragazza seduta e accasciata su una scrivania, con una lampada accesa e la stanza in penombra

Fare il freelance è una corsa contro il muro della realtà.


Chi di mestiere è freelance parte già a handicap: non può saper fare tutto.

Non può essere un’account, un Project manager, un’esperta della propria comunicazione di brand, un esperto del regime forfettario.

Eppure deve essere un po’ tutto questo, oltre a saper fare bene il proprio lavoro.

Quando tu parli con una persona che di mestiere è freelance e chiedi che problemi ha, ti elencherà qualcosa come:

  • Sindrome dell’impostore
  • Paura di non conoscere lo strumento giusto (ma pensa “magico” al posto di “giusto”)
  • Paura di non conoscere quel Canvas giusto (Product, Business, Personal…)
  • Non sapersi organizzare
  • Non sapere come trovare clienti*
  • Sentirsi soli

Ecco, ritengo che di tutte le paure, problemi e pensieri da freelance, quello che fa la differenza sia proprio la solitudine.

Alzarsi ogni mattina, prendersi cura di sé e della propria famiglia, quando c’è, espletare tutte le incombenze e poi mettersi alla scrivania nello studio, quando va benissimo, o in camera da letto o al tavolo in cucina.
Quelli che se lo potranno permettere avranno una scrivania in un coworking ma sono già una minoranza accorta.



Perché è la solitudine che fotte i freelance, prima ancora dei clienti che non pagano.

Cliente X mi chiede Y. È davvero quello di cui ha bisogno? L’offerta/La presentazione che gli ho preparato sarà giusta?


La qualità del mio lavoro la posso far valutare solo al cliente che, solitamente, non ha le competenze per farlo, ha chiesto il lavoro a me del resto.
Ora con l’AI cosa ne sarà del mio lavoro? Con chi confrontarmi magari quotidianamente senza andare a più o meno costosi seminari, corsi, masterclass?

Con chi ne parlo? Con chi mi confronto? Chi mi può fare una critica costruttiva, chi mi può sostenere nel merito del mio lavoro?

I freelance sono convinto siano la popolazione più grande, più affamata di formazione. E non solo per la sindrome suddetta ma anche perché, almeno in quel contesto, non si sentono soli.

E, quindi, cosa fare?


Federarsi, trovare altre freelance e mettersi insieme.
Lo so, è molto difficile, bisogna annusarsi prima, capire chi è sulla nostra stessa lunghezza d’onda, con chi poter condividere oneri e onori di progetti più grandi, o anche i più piccoli.



Dove trovare le persone giuste, e la formazione, il confronto e anche molto calore?



Semplice, al Freelancecamp.

*E questo asterisco? Perché un freelance non deve trovare i clienti, un freelance può/deve farsi trovare.
Il discorso è articolato e non è detto che non lo affronti in futuro ma, ecco, la questione vendere è molto semplice e molto complicata...

[questo post, senza asterischi, è stato pubblicato sul mio profilo linkedIn]


Ta-dà!

Sorrido indossando occhiali da sole e una camicia blu con ananas a stampe bianche, bicchiere di birra quasi finito, dietro spiaggia, mare e cielo azzurro
Foto di Silvia

E dopo molti anni eccoci qui, ancora, di nuovo.
Che poi "qui" in realtà è un altro qui: nuovo server, nuova installazione di Ghost, nuovi analytics server side (ciao Google, ciao). In teoria una nuova piattaforma anche per la newsletter

ma soprattutto

tutto da scrivere, pulito. Via tutto il passato, nel bene e nel male tutto ha fatto il suo tempo e il valore è zero. Perché infestare internet di tutta la mia spazzatura degli ultimi venti anni quando non ho scritto nulla che fosse utile per il prossimo?

E quindi via, senza davvero nessun dispiacere, si viaggia leggeri.

Intanto benvenutə, ben tornatə.


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