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# libri grossi
- URL: https://simonemartelli.it/libri-grossi/
- Published: 2026-09-22T16:06:56.000Z
- Updated: 2026-09-22T16:19:21.000Z
- Author: Simone Martelli

\[il titolo di questo post è davvero orribile\]

Alexandre Dumas scrive il Conte di Montecristo a puntate su una rivista tra il 1844 e il 1846\. Nel 1851 Herman Melville pubblica Moby Dick.  
Sono due autori che vivono lo stesso mondo e che hanno una concezione del romanzo, almeno nella sua accezione di racconto avventuroso, che sembra simile se non lo stesso. Poi hanno un'altra cosa in comune ma ci torno dopo.

Pensavo sarebbero stati entrambi molto impegnativi da leggere nel 2026 ma non potevo fare presunzione più sbagliata. Il Conte di Montecristo è la storia di vendetta infallibile, progettata nel tempo, in una vita sicuramente spesa per raggiungere lo scopo. La lingua di Dumas è quella che ti aspetti dall'autore dei Tre Moschettieri e della Maschera di Ferro, stando dentro quelle pagine ti viene voglia di parlare nello stesso modo: voi che mi così bene m'intendete, non trovate che la dama qui presente sia arrossita quando il Conte è entrato nella stanza? Ecco. Nonostante ci separino da quel modo di scrivere quasi duecento anni, siamo lì dentro, siamo con Edmond Dantès che parla fiorentino durante il carnevale di Roma e si intrattiene con l'alter ego di Dumas stesso e resta coinvolto (o organizza?) un rapimento che sembra non aver nulla a che fare con la storia principale. Dumas usa la digressione con sapienza, come un artigiano usa il suo strumento di lavoro in modo perfetto, il gesto esatto, il tempo esatto. E si viene trascinati e portati via dentro il tempo dell'avventura che procede per strappi, pause e accelerazioni fino alla sua fine che è certa, definitiva, non differibile, come è giusto che sia. 

Di cosa parla Moby Dick? Non ho una risposta semplice da sintetizzare in una frase ma, se c'è, l'ultima cosa di cui parla è la caccia alla balena bianca: su cinquecento (588) pagine forse le ultime quarantotto (48) parlano della caccia del Pequod a Moby Dick, di Achab e della fine di tutto. Della metafora della balena bianca, della malattia mentale di Achab, con cui viene introdotto prima ancora di vederlo in azione, qui non interessa granché.

Sono le 540 pagine "iniziali", se prendiamo per buona la sinossi: romanzo che parla della caccia del capitano Achab a Moby Dick, la balena bianca.  
Oltre cinquecento pagine che parlano della baleneria, dei balenieri, di tutte le balene allora conosciute, dei mari, dei marinai balenieri, delle dinamiche di bordo e tra navi baleniere quando incrociano lontanissime da casa.

Mettetevi nei panni di uno scrittore che per raccontare una storia, racconta la storia intorno e scrive la madre delle digressioni. La traduzione di Cesare Pavese restituisce una scrittura che si piega su se stessa, come un capidoglio dentro un abisso, forse.

Eppure. Moby Dick una volta letto è un romanzo a cui non si smette di pensare. La madre delle digressioni è solo un trucco dal più grande illusionista di sempre, disquisire di baleneria quando in realtà sto parlando di cosa si muove nell'anima dell'essere umano.

Cosa hanno in comune Dumas e Melville? Che sono due scrittori che ancora oggi parlano di noi, del nostro mondo, delle nostre passioni, sondando l'abisso dei limiti umani. Due scrittori che insegnano come si scrive mentre insegnano a stare al mondo.