Clack

Il sole entrava dalla grande finestra della cucina in muratura e il pavimento di legno lucidato profumava ancora dopo tanti anni.
Lei aveva il suo angolo preferito, seduta in terra con la schiena appoggiata alla credenza, da lì dominava tutta la stanza e anche un pezzo di corridoio.
Sorrideva e pensava che quella casa nel bosco fosse stata una buona scelta. Si portò la tazza col tè alla cannella alla bocca e ne bevve un sorso lentamente.
Sì, aveva fatto bene.
Alzò lo sguardo e oltre il corridoio fissò distrattamente la porta della cantina. Non aveva fatto caso a quanto fosse più piccola di una porta normale, un po’ più stretta e più bassa. Era dipinta di un blu quasi celeste, reso solo un po’ opaco dal tempo.

Il tizio dell’agenzia immobiliare le aveva detto che la casa era stata ricostruita negli anni ’60 su una casa del diciannovesimo secolo e che a sua volta era stata ricostruita da una precedente costruzioni di non si sa quanto tempo fa, anche se non rimaneva più un muro originale, e nemmeno la pianta.
Si mise a pensare che la cantina sarebbe potuta essere la parte più antica.
Doveva chiedere all’agenzia, si disse. Era una domenica mattina, lo avrebbe fatto in settimana, di sicuro.
Iniziò a pensare al pranzo da preparare, alle telefonate da fare ma dopo poco si ritrovò a fissare quella piccola porta, era buffa, così fuori contesto.

Mentre il cielo veniva coperto da alcune nuvole decise di andare a fare un giro veloce giù nella cantina, tanto per rivedere cosa c’era se non altro.
La casa era immersa in un silenzio placido e in tanta luce, nonostante il cielo fosse stato coperto dalle nubi nel giro di pochi minuti.
Si alzò appoggiando sul tavolo d’assi la tazza ormai quasi completamente vuota.
Si fermò a pensare e si mise a ridere di sé, aveva mille cose da fare e non c’era il tempo per scendere in quella cantina adesso.
Smise di ridere quando la piccola porta si aprì leggermente, da sola.
Fece due passi in quella direzione, con la testa leggermente piegata di lato, stupefatta e curiosa.
Che coincidenza clamorosa, pensò.
Afferrò la maniglia che era piccola e di un metallo tipo ottone, calda al tatto e non fredda come si sarebbe aspettata.
Tirò verso di sé e nella penombra vide le scale strette che aveva in realtà già sceso di fretta una volta con l’agente immobiliare.

Accese la luce ed iniziò a scendere, la scala di legno era nuova almeno fino a metà, poi i gradini in realtà cambiavano colore e anche forma. Erano più consunti e alcuni erano spaccati come se fossero stati esposti all’acqua e al freddo.
Sui lati da entrambe le parti il cemento aveva ceduto il passo a pietre perfettamente intagliate che a loro volta poggiavano su pietre più vecchie, di forma, colore e dimensione variabili.
Ma quanto è lunga questa scala? Si voltò indietro e la porta era decisamente più in alto, distante.
Questa poi, pensò. Fu presa da un momento di paura, alla bocca dello stomaco che si dileguò poi in un attimo.
Suggestione, era solo suggestione.
Vedeva distintamente il pavimento lì sotto. Ogni lampadina era in funzione perfettamente.
Accellerò il passo e raggiunse la sua nuova cantina.
Era una grande stanza dal soffitto a volta, di mattoni, una fila regolare di lampade da cantiere, correttamente fissate al muro, illuminava perfettamente tutta la stanza. Il pavimento era di pietre grandi, grigio chiare.
C’erano scaffali di metallo e di legno, di foggia e dimensioni differenti, due grosse botti di legno che sembravano veramente vecchie e dei tavoli, completamente sgombri.
Non c’era affatto cattivo odore, né di muffa, né di umido e anche la temperatura era mite.

Trovò la cantina bellissima. E sorrise.
“Hai fatto bene a farmi scendere qui sotto, sei bellissima, lo sai?” disse a voce alta alla stanza, ancora sorridendo. Si aggirò tra gli scaffali ed i tavoli nel mezzo, sfiorando le superfici, perfettamente pulite, nemmeno un granello di polvere.
Guardò oltre gli scaffali per vedere il muro dietro e vide altre pietre, in alcuni casi scalfite, anzi, si rese conto che erano incise volutamente.
Rimuovere gli scaffali non era possibile ma allontanandosi si intravedevano forse dei disegni, sicuramente delle scritte.
Poi tra due piani di una scaffalatura vide che c’era una nicchia, o meglio, un buco grande come una pietra di medie dimensioni che era stata rimossa.
Pur abbassandosi al livello del buco non si riusciva a vedere il fondo che restava al buio.
Si trovò stupefatta con il braccio che entrava decisamente nel buco. La mano procedeva a tentoni quando incontrò qualcosa.
Si sentì la nuca prudere e pizzicare la pelle del collo.
Tirò fuori un sacchetto di pelle conciata, stretto in cima da un cordolo grigio scuro.
Pesava un po’ ma decise di vedere cosa conteneva solo una volta uscita da lì.

Prese di corsa la via delle scale e quasi a balzi raggiunse la porta blu. Appena fu nel corridoio tra la cantina e la cucina si accorse che non respirava da un po’ ed emise un lungo sospiro.
La piccola porta, rimasta completamente aperta, si chiuse da sola dietro di lei.

Clack.

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