A ovest di ottobre

Ormai è notte, e tu dormi. Riposa tranquilla, il vento lascialo ululare fuori dalla finestra.
Tu sei al caldo, sotto le coperte, l'inverno arriva adesso. Si butta contro le persiane chiuse, dormi tranquilla, son chiuse bene. E sono anche robuste. Non c'è niente da temere.

Se tu fossi sveglia sotto l'ululare del vento sentiresti una musica, lontana ma distinguibile. Non ci faresti caso, è una marcia jazz di quelle che si suonano a New Orleans, quando muore qualcuno e lo si accompagna al cimitero.

Ora piove a dirotto, ed il vento spinge con ancora maggior forza la pioggia in ogni direzione. Se tu fossi in strada non sapresti dire da che parte arriva l'acqua ma sarebbe forse l'ultimo dei tuoi pensieri perché vedresti una strana processione di musicisti tristi, capitanati da un alto uomo vestito in modo antiquato e distinto, con una alta tuba in testa, una lunga giacca a coda fatta di mille tessuti e colori differenti, un sorriso grandissimo, fatto di perfetti denti bianchi, tutti uguali.

Baron Samedi, puoi passare. Stanotte è la tua notte, porta pure la tua marmaglia a far ballare i morti.

Dormi ignara, al riparo dalla furia degli elementi. Un corvo appollaiato accanto alla tua finestra mi guarda, mentre l'acqua mi cade addosso ed io vedo passare l'ultimo dei musici, e mi fisso sulla coda che gli spunta da sotto il frac sudicio e strappato. Nel fragore della pioggia sento un frusciare d'ali e due zampe atterrare sulla mia spalla sinistra.

Corvo non credo di avere mai avuto il piacere della tua conoscenza, accomodati pure se non temi la pioggia. Mi fissa poi sembra scuotere la testa, la piega di lato e mi riguarda ancora, apparentemente incredulo. No, non ti ho riconosciuto subito, non ho visto l'occhio guercio, dio del tuono e della forca.
Mi inginocchio col corvo in spalla, alla strada ora deserta e allagata dalla pioggia che continua a cadere incessante. L'uccello spicca il volo e sparisce su in alto, mi riparo con tutte e due le mani ma l'acqua che cade non mi permette di vederlo più, sparisce.

Mi gratto la barba, sento formicolarmi dietro la nuca. No che non mi giro. Grazie. Una mano affusolata, e lunga mi accarezza la schiena, sento un profumo intenso e dolce, inebriante anche sotto quel diluvio. Galleggi sospesa a mezza altezza, spero solo tu non abbia voglia di urlare, ne morirei istantaneamente. No, non sorridere nemmeno, potrebbe ferirmi o lasciarmi privo di sensi sul selciato. E chissà quali brutti incontri potrei fare allora. L'ombra di un sorriso alle spalle, una carezza di commiato. Sparita.

Il formicolio aumenta, la sorpresa è così forte che mi giro d'istinto. In fondo alla strada intravedo un uomo di forma bizzarra: lunghe gambe sottili, un corpo quasi tondo e due lunghe esili braccia, una testa piccola. Tiene in mano un lungo flauto traverso. Si ferma e si mette a suonare una melodia dissonante, inascoltabile. E dopo alcuni secondi l'aria assume un odore diverso. Dietro l'angolo della strada, alle sue spalle intravedo l'inizio di un'ombra gigante.

La melodia si fa ancora più stridente, io sono come pietrificato. So cosa mi aspetta e vorrei essere fulminato adesso, subito. La musica accellera, l'ombra cresce e l'essere che la proietta sta per fare l'ingresso da dietro l'angolo. Odore di pesce marcio invade tutto lo spazio, mi entra dentro e vorrei vomitare ma sono bloccato. Respiro e vedo. Non posso nemmeno distogliere lo sguardo. Sento anche il suono ovattato ma distinto di tamburi, provenire da chissà dove.

Poi accade l'imponderabile.

Il corvo scende in picchiata, gracchiando così forte da sovrastare per un attimo tutto. Poi si fa silenzio. La pioggia cessa di cadere, in un attimo. Un solo enorme tuono squassa l'aria. L'ombra è sparita, il musico ha smesso di suonare e mi guarda incerto, adesso impugna il flauto come una spada. Io sono libero di muovermi e sono calmo adesso. Un brivido di piacere sale lungo le gambe e su verso il petto e le braccia e la testa. Esaltante. Rido. Rido fortissimo. Mi piego tenendomi sulle gambe e rido alle lacrime.
Il musico si è lanciato di corsa contro di me, alza il flauto che ora sembra proprio una spada. Spicca il balzo finale, ed io aspetto l'ultimo momento utile. Scarto di lato, lui precipita sulla strada bagnata, io al suo fianco. Nella mia destra sto stringendo un'impugnatura di spada, è colei che scatena le tempeste. Non ho il tempo di sorprendermi che il mio braccio guizza in avanti e la mia lama affonda nel musico, ora morto a terra. Tuono numero due: faccio fatica a restare ritto sulle mie gambe. Tempestosa è sparita, e con lei il corvo ed il cadavere sventrato a terra.

Mi sento leccare la mano da una lingua rugosa e grossa. Grosso vecchio pazzo san bernardo, vuoi un po' di coccole anche te stanotte. Accarezzo il pelo ispido e sporco di terra, fango e chissà cos'altro. Un alito pestilenziale, gli occhi tristi e dolci ma per nulla rassicuranti. Scodinzola felice poi si blocca e fiuta qualcosa. L'aria è ferma, è anche caldo ora. Si sente rumore di passi sul selciato, stivaletti da cowboy. E so già che sono consumati, praticamente finiti. Il cane molto saggiamente si è dileguato, io mi appoggio allo stipite del portone, chiuso. L'uomo, alto, magro e con una camicia a quadri blu a righe verdi, procede con le mani infilate nelle tasche di un paio di jeans sdruciti di un colore oramai indefinibile. Cammina sicuro, tranquillo. Perfettamente sbarbato e i capelli ingelatinati e portati indietro, sotto un cappello da vaccaro. Guarda davanti a sé. Arrivato alla mia altezza rallenta appena e senza voltarsi dalla mia parte si porta due dita della mano sinistra alla tesa del cappello, in cenno di saluto. E tira lungo.
Mi passo le mani tra i capelli e riconquisto il centro della strada. Le nubi si sono dissolte ma non guarderò in su, non ho voglia di vedere altro stanotte. Il corvo sbatte le ali e ripassa sopra la mia testa, in segno di saluto. Sbadiglio, sfinito.

Buonanotte, Vecchio.

 

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