Incassa, vile

C'è qualcosa di tossico nel mio quotidiano.
L'accettazione di qualsiasi torto, imprevisto, accidente o decisione altrui subìta.

Mandare giù. Incassare. Misurarmi con la mia inadeguatezza, misurare la mia incapacità di lasciare fuori dalla porta le tante voci che mi circondano. Non riesco. Inadeguatezza umana che spargo un po' ovunque sui rapporti interpersonali e che onestamente non riesco a spiegarmi in tutta franchezza: non capisco ad esempio perché io non dica mai le cose alle persone se penso di ferirle o di metterle in seria difficoltà. Sto zitto, lascio campo e magari subisco e continuo a non capire il perché del mio comportamento.

Probabilmente sono un vile. Sono una persona che alla fine evita il conflitto, chiedo prima scusa poi penso che non ce n'era proprio motivo.
E questo comportamento, di questo ne ho evidenze storiche e stratificate, non fa altro che attirare atteggiamenti prevaricanti. Chi più chi meno ciascuno di noi, messo davanti a chi ci lascia campo libero, spancia, si allarga, prende senza porsi il problema.

E poi cado, come un bischero, in errori di valutazione perché do per scontato che gli altri, tutti gli altri, siano come me. Comprendano quel che comprendo io. Vedano con i miei occhi, parlino la mia lingua. E sbaglio. Sbaglio clamorosamente. Io poi ci metto del mio, commetto il commettibile. Inciampo goffamente nella vita, direi con quotidiana cadenza e teutonica precisione. E in silenzio.

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